FILM FESTIVAL 2019
09.08.2019 - 12:000

Locarno 72, i film: Generazione perduta

Con il suo terzo lungometraggio, Stéphane Demoustier ci dà la sua versione del film processuale. Ma sarebbe troppo poco dire che lo fa con un punto di vista inedito.

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LOCARNO - Dopo una lunga e intrigante inquadratura iniziale, forse una delle scene di arresto più silenziose e inquietantemente pacifiche mai girate, la trama si svela a poco a poco. Lise, un’adolescente di sedici anni, è stata accusata di un crimine ed è sotto processo, libera ma monitorata da un braccialetto elettronico. Una delle grandi idee del film è quella di mostrare l’intera procedura giudiziaria tramite gli occhi di lei e della sua famiglia. Qui gli avvocati, i giurati e i giudici – sempre al centro delle storie processuali – sono personaggi secondari. Demoustier sceglie invece di mostrare la vita quotidiana della famiglia, tra un’udienza e l’altra. Perché la vita quotidiana è qualcosa che bisogna continuare ad affrontare, nonostante tutto, ed è una cosa che il cinema spesso trascura, perché non ha nulla di spettacolare.

Il personaggio di Lise diventa sempre più misterioso a mano a mano che il film procede, come se ci fosse qualcosa di sbagliato nel vedere una ragazzina cercare di vivere come un’adolescente. La precisione della regia e la sottigliezza della scrittura consentono allo spettatore di entrare in una zona grigia, dove la colpevolezza di Lise potrebbe quasi essere secondaria ma non scompare mai del tutto. Si mette in dubbio la sua moralità, si analizza la sua sessualità, al punto che si potrebbe pensare che lei sia sotto processo perché è una ragazzina del XXI secolo. Ancor più incredibile è il fatto che i suoi genitori divergano nell’approcciarsi alla situazione: il padre è al suo fianco tutto il tempo, la madre dall’inizio del processo mantiene le distanze.

La Fille au bracelet è un film travolgente perché narra come, a prescindere dall’esito del processo, il fatto d’essere accusata già gravi su Lise e i suoi cari.

Victor Bournerias

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